The news did not hit the media as it should, although there has been some significant reporting about these deadly Pakistan airstrikes by the always great Fazelminallah Qazizai on New Lines Magazine, Emran Feroz for Drop Site News, and the Economist.
Having been welcomed in the Pashtun borderlands multiple times, studied their history, and remained a passionate and keen observer of the frontier, I wanted to write something able to broadly contextualise this news, especially for those who aren’t familiar with local aspects and regional dynamics.
The essay is in Italian, and it has been published on Kulturjam Magazine, a fresh, new and much needed reality in the Italian media landscape, which I am very proud to have the name on. Here is the link.
Di seguito la copia dell’articolo integrale.
Lo scorso giugno, un’offensiva aerea pakistana su territorio afghano ha ucciso decine di civili, tra cui anche bambini. L’attacco è l’ultimo di una campagna militare che Islamabad sta portando avanti via cielo contro il TTP, il Tehrik-i-Taliban Pakistan, meglio conosciuto come i Talebani pakistani. Secondo Islamabad, da quando i Talebani hanno preso il potere a Kabul nel 2021, il TTP si è ritirato in territorio afghano trovando rifugio e spazio logistico per organizzare nuovi attentati in Pakistan.
Il gruppo, fondato nel 2007 da Baitullah Mehsud e guidato oggi da Noor Wali Mehsud, mufti e noto poeta del Sud Waziristan, una delle regioni tribali di frontiera oggi reintegrate nella provincia pakistana del Khyber Pakhtunkhwa, ha combattuto in passato a fianco dei Talebani contro gli Stati Uniti e la coalizione internazionale che ha invaso l’Afghanistan nel 2001.
Il doppio gioco di Islamabad: alleato in pubblico, patto segreto nell’ombra
Il governo pakistano si è sempre predisposto in maniera contraddittoria nei confronti del TTP e di altri gruppi islamisti che operano nelle zone di confine. Da un lato Islamabad li ha tollerati e usati indirettamente contro l’India, proseguendo la strategia della cosiddetta guerra per procura. Dall’altro, ha contribuito a decimare la loro struttura tribale con persecuzioni, omicidi e arresti, adempiendo così al suo ruolo di alleato degli Stati Uniti contro la guerra al terrorismo.
Le aree di confine tra il Pakistan e l’Afghanistan, separati dalla linea arbitraria e ancora discussa chiamata Durand Line, sono aree porose, attraversate continuamente attraverso boschi e sentieri da nomadi, taglialegna e contadini, con villaggi divisi tra i due paesi, e moschee con entrate aperte su entrambi i paesi. Gli abitanti sono principalmente Pashtun, etnia predominante in Afghanistan che invece risulta minoritaria in Pakistan. Storici abitanti di quella che oggi viene definita il cuore dell’Asia, i Pashtun sono noti come popolo fiero, che si è sempre battuto contro invasioni imperiali, che si tratti di quelle mongole nel tredicesimo secolo, o di quelle britanniche alla fine del diciannovesimo secolo.
Durante gli anni della guerra al terrorismo, iniziata nel 2001 con l’attacco di Al Qaeda negli Stati Uniti, e la loro conseguente invasione punitiva dell’Afghanistan colpevole di ospitare Bin Laden, queste zone sono diventate famose come territori jihadisti, aree cioè di rifugio e organizzazione logistica per diversi gruppi locali e internazionali, come Al Qaeda.
La popolazione locale, vittima non solo dei bombardamenti americani ma anche degli abusi perpetuati via terra dell’esercito pakistano, si è trovata spesso a simpatizzare per le politiche di Al Qaeda e dei gruppi affini, che promuovevano una visione romantica della loro visione islamista, protettrice di una vita modesta e in opposizione alla corruzione economica dell’economia globale portata avanti sia militarmente che attraverso aiuti economici, per esempio il Fondo Monetario Internazionale, in Pakistan.
Le politiche islamiche professate da questi gruppi si propongono localmente in maniera antitetica alle politiche istituzionali del Pakistan, islamiche sulla carta ma di fatto dominate dagli interessi etnici del gruppo dominante, i Punjab. Allo stesso tempo però, il Pakistan si è servito di questi gruppi per contrastare la diffusione di movimenti indipendentisti e nazionalisti, prevalentemente di natura laica e ispirazione comunista, e ha tollerato nel corso degli anni la loro temporanea occupazione di zone come Swat, dove hanno governato in modo radicale e violento, per esempio bruciando videocassette e arrestando prostitute, giustificando questi atti con l’applicazione di una loro interpretazione della legge islamica.
Non soltanto nelle aree di frontiera Pashtun tribali, ma anche a nord, nella regione del Kashmir, e a sud della Durand Line, nelle zone dei Baluch, il Pakistan è un mosaico di culture escluse dal potere centrale, e di una popolazione che soffre un incredibile divario economico con la classe dirigente, perlopiù cresciuta con un’educazione britannica e cosmopolita, e che oggi vive a Lahore come se fosse Londra, nascosta però dentro ville circondate da muri anti esplosione.
L’ex primo ministro pakistano, Imran Khan, nel 2023 arrestato per corruzione e ancora oggi in carcere nonostante abbia dichiarato le accuse contro di lui motivate politicamente, aveva cercato la via della mediazione chiamando i Talebani fratelli, e concludendo un temporaneo armistizio tra il TTP e il governo.
Il gruppo avrebbe dovuto deporre le armi, accettare la legge pakistana di ispirazione comunque islamica, e rientrare nel loro territorio di origine, che in alcuni casi erano le zone di frontiera dal lato afghano. In cambio, il governo pakistano non avrebbe perseguito legalmente i combattenti per gli attacchi perpetrati e, con il supporto di altri mediatori internazionali, tra cui la Turchia e il Qatar, avrebbe provveduto a un rimborso economico per aiutare i combattenti a reintegrarsi nel mondo lavorativo.
Asim Munir, il comandante dell’esercito pakistano e dal 2023 di fatto a capo del governo pakistano, ha preferito la strada dei bombardamenti.
Per molti pakistani, nonostante Kabul disti solo poco più di un’ora di aereo da Islamabad, l’Afghanistan rimane una terra lontana, percepita come estremamente povera e sottosviluppata a causa dei molti rifugiati afghani che vivono in Pakistan, e dei continui conflitti che avvengono sul territorio.
La strage compiuta nella scuola dei figli del personale militare pakistano a Peshawar, avvenuta nel 2014, dove 132 bambini rimasero uccisi, ha in qualche modo normalizzato la narrativa portata avanti da Munir, che richiede una militarizzazione del Paese contro la minaccia TTP, nonostante la nuova leadership del gruppo si sia limitata negli ultimi anni ad attacchi militari e non più civili.
Secondo il comandante pakistano, il gruppo insorgente avrebbe beneficiato della presa del potere dei Talebani nel 2021 sia in termini economici, grazie al sostegno economico ricevuto per le politiche di reintegrazione dei combattenti, sia dal punto di vista logistico, beneficiando ad esempio delle risorse militari lasciate dai soldati americani durante la ritirata dall’Afghanistan, e accusa il governo Talebano di connivenza con il gruppo.
In realtà i Talebani si sono distanziati dal TTP, nonostante in passato avessero beneficiato del suo supporto, senza però applicare alcuna misura contenitiva o di contrasto. Da un lato, distanziandosi, hanno cercato di proteggere la loro posizione tutt’oggi precaria a livello internazionale, vittima di un quasi totale isolamento politico e un violento blocco economico. Dall’altro però, hanno cercato di evitare uno scontro diretto con il TTP per non rafforzare il sostegno popolare verso questo e altri gruppi attivi nelle zone di confine.
Più che le minacce mediatiche e poco realistiche che arrivano dagli entourage governativi dei precedenti governi supportati dalle missioni occidentali, a minacciare il controllo Talebano di Kabul sono proprio i gruppi come il TTP, che potrebbero rispondere alla frustrazione popolare di una gestione paranoica del Paese, che ha isolato i Talebani anche internamente, con una popolazione sempre più stremata dalle difficoltà economiche causate dalle sanzioni e dalle politiche di chiusura che bloccano ogni possibilità di cambiamento.
La hubris di Islamabad e i cadaveri che nessuno vuole contare
Il TTP quindi, da problema marginale delle zone tribali, potrebbe diventare una minaccia reale per il governo centrale di Kabul. Per contro la popolazione pakistana si percepisce lontana da queste dinamiche, che vede come spinte retrograde per il loro Paese, degno di prestigio internazionale. Una hubris coltivata raffinatamente dai media locali, e raggiunta al culmine in questi ultimi mesi, con il ruolo del Pakistan da mediatore tra USA e Iran, e i vari complimenti pubblici del presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump.
Oggi il Pakistan, continuando un approccio logorante condotto dalla coalizione internazionale in Afghanistan nel 2001, continua a rimanere sordo di fronte alle richieste di riconoscimento di identità, diritti e dignità economica, con la forza militare, dai tumulti di resistenza e ribellione che arrivano da ogni angolo del suo territorio.
A fine luglio, durante le elezioni regionali nella regione pakistana del Kashmir, oltre 30 persone sono state uccise dalle forze armate pakistane perché protestavano la mancata partecipazione alle elezioni del partito JAAC, Joint Awami Action, bandito a causa di una legge antiterrorismo fatta passare a giugno. In Baluchistan, attivisti continuano a sparire o a essere trovati morti dalle famiglie. E infine le zone Pashtun, dove quelli che prima erano incursioni terrene a sostegno dei droni americani sono diventati bombardamenti in zone urbane come Kabul e Kandahar.
UNAMA, la missione delle Nazioni Unite sul territorio afghano, parla di 372 persone uccise negli attacchi pakistani sul territorio afghano, ma osservatori indipendenti affermano che il numero di vittime è molto più alto. La narrativa, un po’ come quella israeliana, è quella di una difesa inevitabile di fronte a popoli ottusi che non conoscono altro che la guerra.
Il Pakistan, proprio come Israele, è un Paese che detiene armi nucleari, conta un esercito numeroso e una sofisticata aviazione militare sviluppata grazie all’aiuto degli Stati Uniti e della Cina. Gli abitanti delle province di frontiera, come Paktia e Khost, vittime di bombardamenti, denunciano la stessa strategia degli attacchi multipli, cosiddetti “double tap”, già usata dagli americani in Afghanistan e da Israele a Gaza: a un bombardamento segue dopo minuti, giusto il tempo per familiari, soccorritori e testimoni di raggiungere il posto, un secondo bombardamento.
È noto che l’obiettivo dei bombardamenti aerei non è tanto l’uccisione per sé, ma instillare nel nemico disperazione, negare ogni speranza di resistenza. Sono la misura terroristica dello Stato contro gli attentati terroristici dei gruppi insorgenti.
La frontiera afghano-pakistana, vittima ormai da decenni di questa strategia, è stata storicamente una zona di mercanti e devoti musulmani, che hanno preservato tradizioni asiatiche, come lo zoroastrismo e il buddismo, e la concezione tribale di un mondo antico, scandito da un ritmo rigoroso, consapevole di un proprio ruolo storico che va al di là dell’immediatezza del presente. Il confronto di forza non solo logora, ma aumenta i segmenti della società che si sentono oppressi, e che necessitano di un cambiamento sociale.
I Talebani entrarono a Kandahar per la prima volta nel 1994 per far fronte alle bande criminali e alla devastazione e alla violenza della guerra civile. Sono stati in grado di riprenderlo nel 2021 perché ancora una volta avevano accolto le frustrazioni non solo della popolazione, sia rurale che urbana, oppressa dalla corruzione e negata di ogni prospettiva che non fosse legata all’economia di sviluppo e alle politiche di ingegneria sociale imposte dalla coalizione internazionale.
Se i gruppi insorgenti, invece di operare isolati, trovano il supporto di masse di popolazione, perché costantemente umiliate e private di dignità, nessuna tecnologia rimane invincibile.



Very informative. Thanks